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8 MARZO/OIM

GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA/ L’OIM: GARANTIRE L'ACCESSO DELLE DONNE MIGRANTI AI SERVIZI SANITARI MATERNI E INFANTILI
Le comunità di accoglienza dei migranti nel mondo devono essere in grado di offrire servizi di salute materna e infantili accessibili, decenti e abbordabili per tutti i migranti, indipendentemente dal loro status giuridico, in modo da ridurre la vulnerabilità delle donne migranti. È quanto afferma l’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, in occasione della Giornata Internazionale della Donna, che si celebra l'8 marzo in tutto il mondo.
"La donne e le adolescenti, quando sono costrette a emigrare o quando si trovano in una situazione irregolare, sono particolarmente colpite dai rischi della migrazione, in quanto molto vulnerabili al rischio di sfruttamento e violenza", afferma Ndioro Ndiaye, vicedirettrice generale dell'OIM. "Questa vulnerabilità raggiunge un livello inaccettabile nel momento in cui donne e ragazze sono private dell’accesso ad adeguati servizi di salute materna e infantile, cosa che può avere conseguenze negative sulle finanze pubbliche e sulla situazione sociale del paese in cui si trovano".
L’assenza di cure materne e infantili, spesso considerate solo come cure preventive, può portare a situazioni pericolose e a conseguenze drammatiche se i problemi non sono diagnosticati in tempo o se mancano le competenze e i trattamenti medici necessari. I figli di donne che non hanno ricevuto cure prenatali sono inoltre più esposti a nascite premature, problemi di crescita e di sviluppo. La mancanza di accesso a tali cure rischia anche di estendere i problemi di salute in seno alle comunità di migranti, elemento che nel lungo termine potrebbe causare difficoltà ai sistemi sanitari dei paesi di accoglienza. L’impossibilità di accedere ai programmi di vaccinazione può non solo causare un aumento di malattie, ma anche compromettere l’accesso dei bambini a scuola.
Le persone più vulnerabili nel mondo sono le donne migranti irregolari e coloro costrette a emigrare, come le richiedenti asilo e le "rifugiate interne" al loro paese (Internally Displaced People). Studi recenti condotti in Europa mostrano che la mancanza di uno status regolare riduce l’accesso delle donne migranti alle cure prenatali e aumenta il rischio di subire violenze fisiche e sessuali. Questo fenomeno è particolarmente inquietante se si considera che si tratta di donne più soggette a gravidanze non desiderate, la cui causa va ricercata nel mancato accesso ai servizi di pianificazione familiare se non addirittura nel fatto che spesso sono vittima di violenza sessuale.
"Il timore di essere espulsi", spiega Ndiaye, "ha un forte potere dissuasivo per molti migranti irregolari che avrebbero bisogno di cure ma che preferiscono nascondersi. L’unica speranza di essere curati risiede nell’accesso ai pronti soccorsi. Le cure materne e infantili però non ricadono in tale ambito, se non quando la situazione è diventata ormai troppo grave".
Anche quando le donne migranti che vivono e lavorano regolarmente nel loro Paese di accoglienza hanno in linea di principio accesso alle sanità pubblica, esse non sono sempre le benvenute. Le differenze culturali, le barriere linguistiche e i comportamenti xenofobi possono far sì che le donne migranti non ricevano tutte le cure di cui avrebbero bisogno. Nell’Africa orientale, ad esempio, il personale medico dell’OIM ha notato un’offerta di servizi sanitari inadeguati per i migranti bisognosi di cure materne e infantili. In particolare, le donne migranti sono costrette ad affrontare il grave problema della mancanza di adeguati servizi pre e post-natali, come i servizi di gravidanza assistita e i programmi di sopravvivenza per il neonato. Tali problemi sono però evidenti anche in molte regioni di destinazione, ivi compresa l’Europa.
Quanto alle "rifugiate interne", la distanza tra il luogo in cui vivono e le infrastrutture sanitarie è il principale ostacolo all’accesso ai servizi di cura materna e riproduttiva, soprattutto nelle zone rurali. In aree quali il Delta del Mekiong, lo Zimbabwe o l’Iraq - Paese in cui si stima la presenza di 2 milioni e 800mila sfollati interni - l’enorme distanza dalle più vicine strutture sanitarie non permette alle donne di ricevere le cure pre e post natali di cui hanno bisogno e che sono aggravate dalla situazione in cui si trovano: la mancanza di un tetto, la scarsità di cibo e l’assenza di medici. Di conseguenza, il numero di decessi materni e infantili e di aborti spontanei è estremamente elevato. In alcuni casi, come in Colombia, gli sfollati interni non sanno di avere diritto a ricevere cure mediche, e gli stessi medici non sono a conoscenza del loro obbligo di fornire tali cure. In tale situazione le donne inevitabilmente non ricevono l’assistenza medica di cui hanno bisogno.
Una soluzione potrebbe essere quella di determinare e rafforzare le competenze già esistenti in ostetricia e in salute pubblica tra le comunità di migranti. Ciò permetterebbe di individuare in anticipo i problemi, reali e potenziali, e di preparare le persone interessate in modo da renderle capaci di determinare il momento nel quale un paziente ha bisogno di essere curato. In Iraq e in Afghanistan, ad esempio, l’OIM ha organizzato corsi di formazione rivolti a donne desiderose di acquisire competenze ostetriche di base, utili in situazioni difficili. Questo tipo di programma può essere anche essere realizzato in seno alle comunità di migranti presenti nei vari paesi di accoglienza. Grazie a tale approccio gli stessi migranti potrebbero capire e interpretare i fattori sociali e culturali che ostacolano l’accesso ai servizi sanitari esistenti, servizi che a volte loro stessi hanno difficoltà ad accettare.
"Ciò che farà la differenza, in ultima analisi", conclude Ndioro Ndiaye, "sarà la decisione delle autorità sanitarie di permettere l’accesso di tutti i migranti ai servizi di sanità materna e infantile, che sono la pietra angolare di tutte le cure mediche di base. Garantire tale diritto non sarebbe solo una questione di sanità pubblica e di diritti umani, ma sarebbe anche una questione di interesse generale".
In Italia, Paese in cui il numero totale di immigrati è in rapida ascesa, il numero delle donne immigrate è aumentato in numero assoluto e per molte nazionalità ha superato la presenza maschile. Il loro accesso al sistema sanitario nazionale italiano è però ancora molto basso. È stato osservato inoltre che che il numero di donne migranti che negli ultimi dieci anni si sono rivolte ai servizi di Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) è aumentato sensibilmente. Secondo uno studio realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità le donne che si sono sottoposte all’interruzione di gravidanza hanno una scarsa conoscenza delle strategie di pianificazione familiare ed usano i servizi sociosanitari solo in caso d’emergenza. Da ciò si desume come uno degli ambiti che occorre seguire con più attenzione e su cui potenziare risorse e strumenti sia proprio quello della tutela della salute riproduttiva, che, secondo l'Organizzazione Mondiale per la Sanità, rimane la principale causa di mortalità femminile e che rimane un elemento di estrema criticità in modo particolare per le donne immigrate. Da tali dati, conclude l'OIM, emerge dunque quanto sia necessario che anche in Italia i servizi sociosanitari rispondano in modo adeguato e rapido alle necessità delle donne e delle adolescenti migranti.

inserito da hope il 07 Mar 2009

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