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NO ALL’ASSASSINIO DELLA LINGUA ITALIANA: A DISPETTO DEI CORSI CONSOLARI DI LINGUA E CULTURA IL NOSTRO IDIOMA È MOLTO BISTRATTATO E IN ITALIA PURTROPPO NON VA MEGLIO – DI EGIDIO TODESCHINI SCHAAN - Tempo fa mi è capitato di leggere sul Corriere della Sera un articolo di Magdi Allam del quale mi attrasse il titolo "No al suicidio dell’italiano" che oggi trovo perfettamente corrispondente all’argomento che intendo trattare. Iniziava, il vicedirettore del quotidiano milanese, con una frase - "Aiuto, stiamo "suicidando" la lingua italiana!" - che mi è ritornata in mente in questi giorni quando sono entrato, su cortese invito dei diretti interessati, nel sito www.ragazzinelmondo.mx35.de, creato da un gruppo di giovani connazionali. Certo, una bella iniziativa, la loro; peccato che, tra i "maestri" che citano (di ballo, di canto e di recitazione), manchi quello che insegni a padroneggiare la nostra lingua. Che decisamente ignorano, a giudicare dagli enormi strafalcioni che riescono a scrivere. Non sanno che "è", verbo, va accentato; scrivono "cera" per "c’era", omettono l’acca alla terza persona di avere ("a" invece di "ha"), mettono un "sia formato" al posto di "si è formato", sbagliano ausiliari e concordanze ("a dovuta portare un caretto"). Non contenti, trasformano "erano" in "eranno", perché evidentemente le doppie, per loro, sono un optional. Infatti buttano giù "arivato", "caretto" e "queli", ma si rifanno con "ennormi" e "bicci". Gli articoli? Probabilmente non li conoscono, se riescono ad inventare un "loggetti" che si fa fatica ad interpretare per "gli oggetti". E poi maiuscole e minuscole messe a casaccio e via di questo passo. Errori di battitura? Qualcuno senz’altro, anche se una rilettura non guasterebbe, ma non tutti. Ed il fatto di essere nati e di aver vissuto all’estero non li giustifica più di tanto, specialmente se hanno frequentato i corsi consolari di lingua e cultura italiana. I cui responsabili dovrebbero forse farsi un esame di coscienza. E magari chiedersi se non sia il caso di rivedere l’accordo, stilato decenni fa, grazie al quale la promozione è subordinata ai risultati ottenuti nella scuola svizzera. Con il risultato che un allievo, anche se non ha seguito con diligenza, deve essere comunque accolto nella classe successiva, se promosso in quella federale. Le Autorità svizzere si sono finora dimostrate restie a riservare all'italiano (che è comunque la lingua nazionale del Ticino e di quattro vallate dei Grigioni) un trattamento diverso, forse per paura che ciò inneschi rivendicazioni analoghe da parte di altre nazionalità. Resta il fatto che, in 24 Cantoni su 26, l’italiano non è lingua "straniera" studiata obbligatoriamente né è annoverata come secondo idioma di apprendimento scolastico. Certo, il problema è stato sollevato dai vari relatori nel corso del Convegno Internazionale di Studi promosso dalla nostra Ambasciata e svoltosi a Berna il 12 aprile 2003, senza peraltro ottenere grandi risultati. E ciò, a dispetto di quanto esplicitamente affermato, il 24 ottobre 1991, dalla Conferenza Svizzera dei Direttori Cantonali della Pubblica Educazione, l'organismo di coordinamento federale in materia di pubblica istruzione, cioè che va salvaguardato "il diritto dei bambini a conservare la lingua e la cultura del Paese d'origine" per cui occorre "integrare nell'orario d'insegnamento almeno due ore di lingua e cultura d'origine", mettendo "gratuitamente a disposizione dei bambini stranieri le strutture e il materiale scolastico necessario". Sta di fatto che, per quanto riguarda l'integrazione dell'insegnamento nel normale orario scolastico, la situazione non è ancora soddisfacente, se i Corsi di lingua e cultura italiana trovano tuttora posto fuori dalla normale fascia oraria. Intendiamoci, se Atene piange, Sparta non ride. Anche in Italia, ormai, la nostra lingua è notevolmente bistrattata: basta leggere un giornale o navigare su Internet per rendersi conto di quale scarsa importanza si dia all’ortografia e alla grammatica. Non è un caso se, nelle classifiche internazionali sulle conoscenze scolastiche, risultiamo agli ultimi posti; ma è deludente anche la realtà universitaria se, su 43 mila iscritti al recente concorso per uditori giudiziari, solo 4 mila, benché laureati, sono riusciti a superare le prove scritte, per gravi carenze nella conoscenza della lingua italiana. Tanto da far dire allo scandalizzato dottor Matteo Frasca che faceva parte della Commissione esaminatrice: "Mai letti, in compiti di concorsi, tanti strafalcioni". Il sociologo Francesco Alberoni ritiene giustamente che "un popolo…che dimentica la propria storia perde la propria identità". Rischio che si corre anche se si strapazza la lingua. Ed infatti Magdi Allam, cui cedo la parola, scrive nel citato suo articolo: "non c'è poi da sorprenderci se al tradimento dell'italiano in patria si accompagna l'abbandono totale della sorte della lingua nazionale all'estero, concedendo spiccioli alla Società Dante Alighieri (solo 1,7 milioni di euro contro i 300 milioni del Goethe Institut) e assottigliando sempre più i finanziamenti agli Istituti italiani di cultura nel mondo (17,5 milioni di euro nel 2006). Ecco perché è ridicolo che ci si scandalizzi se l'UE e l’Onu declassifichino l'italiano. Ma se noi stessi non ci crediamo al valore della nostra lingua e l'abbiamo trasformata nel simbolo di un suicidio nazionale, perché dovrebbero riabilitarla e riesumarla gli stranieri?". E a chiederselo è un italiano di origini egiziane. (egidio todeschini)
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